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Odoardo Fioravanti @design library (2)

Dunque, come promesso, un piccolo riassunto della conferenza di Odoardo Fioravanti alla design Library.
Mattiamola giù come è stata pensata da lui, lì dietro la scrivania con i fari puntati addosso, ovvero in 3 parti: percorso, progetti, processi.

Percorso, ovvero gossip, è un po' quello che Odo è e cosa gli sta dietro. Vita morte e miracoli, ambizioni, sogni, educazione, e passaggi più o meno significativi della sua vita. In altre parole, chi è Odo. Odo fino a 10 anni fa faceva il Pr per le discoteche dando di tanto in tanto qualche esame a ingegneria ( a cui si era iscritto per una certa propensione manuale alla costruzioni di oggetti) poi, per puro caso, scopre la facoltà di design (un pelo più consona alla propensione di cui sopra). Alla fine, dopo un po' di sventure da neolaureato, finisce da Iacchetti. Conclusione: Odo ha avuto una vita da ragazzaccio italiano normale, di quelli svegli, alla quale ha aggiunto un bel po' di talento, e qualche colpo di fortuna misto a genio. Che non fa mai male.

Progetti, ovvero quello che Odo ha fatto. Be', qui le cose parlano un pò da se, e commentarli tutti non è facile. Lui li ha fatti vedere tutti, o quasi tutti, io ne scelgo 3. Il primo: cloned in China: un piccolo capolavoro di grafica tridimensionale, per rimandare al mittente il vizio della copia, diventa alla fine una scultura in piena regola, con ammiccamento a un Cattelan compreso nel prezzo. Il secondo: la sedia Snow. Forse il progetto più simile alla sua logica. Compostezza compositiva, rigore tecnologico, pulizia formale, senza dimenticare di non essere pesante e borioso, come alcuni vecchi maestri. Mantenendo leggerezza, nella serietà. Tratto fine, tecnologia, colore e materiali: la sedia di design, quella vera. La terza: Light Style. La mini abat-jour da scrivania.Questo piccolo gioiellino da scrivania, questa miniatura del classico è la dolce e rassicurante conferma che Odo è italiano. E da certe cose, come la mamma, è difficile staccarsene.

Processi. Qui la cosa si fa complessa. La verità è che Odo appartiene in pieno alla categoria del designer quello vero, doc, ortodosso, senza tante balle. E' uno che crede ciecamente a questa disciplina, crede nel disegnare il mondo, crede nell'idea di progetto, e, forse, persino nella idea di utilità del progetto. Il suo procedere è una logica che appartiene in pieno a un modus operandi "positivista", costruttivo, migliorativo. E' uno che guarda a Sambonet e al werkbund, tanto per capirci. Non c'è ad esempio nessuna volontà di espressione di se stesso o di rappresentazione di qualcosa, o di qualcosa "altro", ma uno sguardo preso dal mestiere, dall'oggetto, dal disegno. Una deontologia professionale che fa di lui, nel bene e nel male, una mosca bianca.

postilla: andate qui sul sito di Odo, e vedete in research i "twin set": sono bellissimi.

Commenti

Samantha

Pensavo le sedie si chiamassero "CLONED IN CHINA" ... L'articolo mi ricorda i tempi del Telemarket degli anni 80, le sedie, rigorose e pulite e certamente non briose (colore a parte), evocano gli sperimentali anni 70. Tra le miriadi, scrivo un nome a caso: Selene di Vico Magistretti. Con un'unica differenza: 40 anni di storia passati (cloned) e molto sapore di China.