Intervista a Paolo Ulian
In occasione della mostra antologica sul lavoro di Paolo Ulian, Pata lo ha intervistato cercando di ripercorrere e capire il suo lavoro e il suo universo.
Cominciamo con una domanda facile facile: questa mostra, ora che hai 48 anni, segna un po' un punto della tua carriera oltre che un bilancio. A parte gli ovvi complimenti (veri), c'è qualcosa che avresti voluto fare e che ti riserbi per i prossimi anni?
E' da diversi anni, forse addirittura sin dagli esordi, che sento l'esigenza di dare più spazio ad una mia attività artigianale in cui ritrovare la soddisfazione di gestire la creazione degli oggetti, dalla loro ideazione alla realizzazione fisica, con i tempi e con le modalità che mi sono propri. Non ho mai lavorato molto per la produzione industriale, ma in quei casi ho sempre sofferto le mille difficoltà, a volte veramente inspiegabili, che si creano per arrivare a un risultato concreto. Il pensare con le mani invece é una condizione che mi appartiene da sempre, che mi entusiasma e che mi fa stare bene. Spero proprio di riuscirci presto.
Spesso il tuo approccio parte dal ripensamento e dall'accorgimento verso alcuni comportamenti: facendo un passaggio oltre l'osservazione ne suggerisci delle alternative, delle varianti. Cerchi di completare dei comportamenti quotidiani ai quali ci siamo abituati.
Questo che avete sottolineato è l'aspetto che più mi interessa nel progetto. Nel corso degli anni ne ho realizzati diversi che sono delle ironiche interpretazioni dei gesti che tutti noi, più o meno consapevolmente, compiamo nella quotidianità, ma ne ho realizzati anche altri che ci lasciano dei messaggi più importanti, che ci suggeriscono nuovi atteggiamenti socialmente più responsabili. Il cuore del progetto per me è sempre nel suo significato, nel messaggio che porta con sé.
Un esempio?
Quando parlo di questo argomento mi piace sempre citare la ciotola in terracotta che ho realizzato un paio di anni fa, si chiama Una seconda vita. Mi piace perché il progetto prevede in anticipo la forma dei cocci in modo da poterli riutilizzare per altre funzioni. La forma di questa ciotola è assolutamente ordinaria ma se incidentalmente si rompe, forse, ci può insegnare qualcosa, magari a osservare con più attenzione le cose che ci circondano, a non liberarcene con troppa facilità, a non dare per scontato mai nulla. E' questa la logica progettuale che mi piace perseguire in questo momento.
Soprattutto visto il suo carattere notoriamente non facile, il suo peso specifico, il suo metodo, com'era il tuo rapporto con Enzo Mari?
Ho conosciuto Mari ai tempi dell'Isia, alla fine degli anni ottanta, teneva il 4° corso di progettazione. Ho sempre avuto una forte attrazione per il suo percorso progettuale così radicale e libero, così vero. Al tempo stesso però ho sempre avuto anche un certo timore reverenziale nei confronti della sua persona, timore che si è un po' limato nel periodo che ho passato nel suo studio una volta diplomato. Lì ho vissuto dei momenti indimenticabili spesso difficili, ma che però mi hanno rivelato anche la sua umanità, il suo lato tenero, che superficialmente non traspare.
E' venuto a vedere la mostra?
Alla mia mostra, la prima persona che avrei voluto invitare era proprio lui, ma poi non l'ho fatto, forse per un eccesso di timidezza. Ciò nonostante, il giorno dopo l'inaugurazione, verso le otto di sera, stavamo per chiudere ed è arrivato lui. Temevo il suo giudizio severo, la sua tirata d'orecchie, ma poi ha passato due ore ad analizzare ogni singolo progetto e a darmi preziosi suggerimenti con un affetto che definirei quasi paterno. Questo è stato il più bel regalo che Mari poteva farmi.
Mentre la forma segue una funzione, il colore, se non in alcuni casi, è la risultante di una scelta arbitraria, fatta più con la pancia che con la testa. I tuoi lavori, tranne alcuni, hanno il colore del materiale usato. Come ti rapporti con il colore?
Nei limiti del possibile preferisco che sia il materiale a parlare, non mi piace forzare la naturalità delle cose. Se nelle persone apprezzo la semplicità e la spontaneità, dall'altro lato mi infastidisce la falsa apparenza , anche con i materiali ho lo stesso approccio. Diciamo che amo la sincerità di espressione in qualsiasi aspetto della vita.
Ma alcuni tuoi lavori, pochi, sono invece colorati...
Quando mi capita di dover per forza scegliere i colori, devo sempre trovare una motivazione che giustifichi la loro scelta. Anche il colore è portatore di significati e può avere un ruolo fondamentale nel comunicare un certo tipo di emozioni e di messaggi.
Gran parte del design cosiddetto di qualità (inattacabile, preciso, corretto...) cerca di dare alla forma un senso, di farla scaturire da altre cose, di giustificarla. Ma la forma non è anche la "faccia" di un oggetto? La sua capacità espressiva? Non si sta attraversando una fase forse un pò troppo anoressica e insapore?
Non saprei, di sicuro so che ogni periodo storico si traduce inevitabilmente in un linguaggio espressivo comune. Quello che vediamo in giro per il Salone piuttosto che nelle gallerie o nei progetti dei giovani studenti di design, rappresenta il sentore che c'è nell'aria, una sorta di reazione all'orgia di iperproduttività che abbiamo vissuto e anche subìto in questi ultimi anni . Probabilmente questa sensazione condivisa, ha veicolato le scelte espressive in una certa direzione più spartana, più semplicistica. Il troppo perfezionismo tecnologico di cui siamo circondati ha prodotto dei bisogni contrari, di non-perfezionismo, penso al lavoro di Peter Marigold, di Maarten Baas o di Martino Gamper, che hanno saputo interpretare bene queste sensazioni traducendosi di fatto in una sorta di termometri della nostra attuale condizione sociale.
Cosa ne pensi di questo ormai imperante approccio artigianale al design? Dopo la grande stagione iniziata dagli italiani con Memphis e Alchimia adesso sembra che questo metodo sia più diffuso all'estero che da noi. Possiamo definirlo un vanto o una stranezza?
Secondo me si tratta di una necessità sociale, questa ondata di ritorno ai valori della manualità credo che non vada paragonata alle esperienze artistiche degli anni ottanta che nascono da altri presupposti e con obiettivi diversi. Oggi siamo arrivati a un tale distacco tra le reali necessità dell'uomo e il suo stile di vita così artificioso, che viene spontaneo cercare delle vie di fuga, riprendere possesso di ciò che ogni uomo sente istintivamente. Gli equilibri sono saltati, si parcellizza tutto, passiamo otto ore seduti davanti a un computer per poi andare in palestra a correre su un freddo nastro automatico, mentre basterebbe una diversa organizzazione del lavoro per riequlibrare, almeno in parte, queste aberrazioni.
"Stop recycling, start repairing" è lo slogan del Ripair Manifesto presentato durante il Salone dal portale Platform21.nl. Creare prodotti che durano più a lungo e facili da riparare in caso di rottura. Cosa ne pensi di questo nuovo atteggiamento? È ipotizzabile in una società pigra e ormai abituata a disfarsi di ogni cosa in breve tempo?
Non è solo ipotizzabile, é diventata una necessità, un'urgente necessità. Finalmente c'è una maggiore consapevolezza collettiva delle falle e delle contraddizioni che caratterizzano il modello di mercato occidentale. Ci siamo illusi per anni che era giusto così, che bastava riciclare le enormi quantità di merce che siamo costretti a eliminare quotidianamente per essere a posto con la nostra coscienza, ma non è questo il punto. Gli imballi delle merci non andrebbero riciclati, è molto più facile evitare la loro produzione e organizzare il mercato in funzione di questo. Gli oggetti vanno ripensati in modo da prevedere la loro riparazione in caso di rottura. Non ha alcun senso gettare in discarica un frigorifero di tre anni di vita solo perché è più conveniente acquistarne uno nuovo piuttosto che affrontare la sua riparazione (mi è successo questa mattina e sono ancora allibito).
Soprattutto in questo periodo di crisi.
Già, questo periodo di crisi penso che abbia positivamente accelerato questa presa di coscienza, anche se credo che oggi i tempi non siano ancora maturi per il cittadino medio incapace di accogliere delle riforme radicali che possano riportare gli squilibri a livelli più accettabili dalla sensibilità e dall' intelligenza collettiva.
Qualche consiglio, in chiusura, per Pata ...
Siete così bravi che dovrei chiedere io qualche consiglio a voi!
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Commenti
eminente Luca,
un passaggio può mancare a chiunque,
in tal caso gambe in spalla e su a sgambettare!
La cima non è poi così lontana,
la Cina un po' di più, certo.
Taglio corto.
(straordinaria questa cosa del fare le addizioni per pubblicare il commento; è una cosa che mi crea una certa tensione, interrogazione, esame... il prossimo passaggio potrebbe essere una domanda di storia: "Inserisci nel campo vuoto la data dell'unità di Talia".
In tal caso, occhio al revisionismo!)
Caro Anselmo, hai ragione, parte un video, e fin qui tutto come pianificato; il titolo è "intervista a Paolo Ulian", che sarebbe poi il titolo del post, che effettivamente è in contrasto con il contenuto del video, vedremo di cambiarlo (grazie della segnalazione, mi manca però la parte in cui c'è scritto Paolu Olian e non Paolo Ulian). Il personaggio che si vede nel video e spiega la mostra non è altro che il curatore della mostra stessa, Beppe Finessi.
Saluti
Luca
Carissimi, alla fine della galleria d'immagini dedicata alla mostra di Paulo Olian (quella a cui si accede da questo stesso articolo) accade qualcosa di veramente inaspettato: parte infatti un video linkato a youtube e intitolato "intervista a Paolu Olian" e fin qui tutto bene; l'inghippo ahimé sta nel fatto che il giovane designer è stato sostituito in tutto e pier tutto da una forma umana non facente capo all'Olian originale, ma riconducibile a quella un noto giovane critico del design.
La domanda è: cambiamo titolo al video?
Oppure: ri-sostituiamo il corpo del critico con quello del designer?
Grazie dell'attenzione.
I miei più cordiali e sentiti omaggi alla redazione.
Credo che a parte l'interessante intervista proposta la cosa più significativa sia l'immagine iniziale con Enzo mari: l'Allievo e il maestro a confronto e a dialogo. La bellezza di questa foto sta negli aspetti simbolici che vi sono all'interno. Le posizioni/sguardi dei due protaonisti e le due sedute che li sorreggono. Quella/lo di Ulian sembra essere umile, quasi intimidita e comunque rapita e pronto a cogliere un nuovo e prezioso consiglio. Mari invece è austero, sicuro, quasi imperscrutabile, con la gamba accavallata, nemmeno di fronte al suo interlocutore quasi come se fosse ad una lezione con gli allievi in semicerchio. Poi le sedute, Ulian sull'ultimo pezzo, quello più basso del suo progetto "Matriosca" mentre Mari troneggia sempre su "Matriosca" non ancora spoglia degli altri elementi. Il dislivello che si crea tra i due attraverso la scelta di queste due sedute e le poizioni/sguardi descritte in preedenza a mio avviso riassumono la filosofia di Ulian: Umiltà, intesa come rispetto per il progetto, Difficoltà, intesa come ricerca di analisi, di non banlità di pensiero e di approccio al progetto; Traguardo, visto come sintesi del progetto.
voglio fare tanti complimenti a Ulian, sia ai suoi progetti che alla sua determinazione. Sono uno studente di Disegno Industriale, mi piacerebbe molto averla come insegnante e magari come relatore per la mia tesi di Laurea...
è vero! sono bravissimi!