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Il pubblico nelle arti

Nelle ultime due settimane sulla pagine di Repubblica si sono scatenati in una raffinata battaglia intellettuale (scatenata da Baricco) una sfilza impressionante di mandarini dell'intelligenza nostrana: Scalfari, Fo, Cerami, Muti, lo stesso Baricco due volte, Rame, e persino due ministri, Bondi e Brunetta. Evidentemente l'argomento toccava la carne nel vivo. L'argomento, in questione: il danaro pubblico nel sistema culturale del paese. Come dire: niente male.
La tesi di partenza, tanto per fare un riassuntino, è che se la priorità culturale di uno stato democratico è allargare il privilegio della cultura al maggior numero di cittadini possibile, lo sforzo economico indirizzato al sostentamento economico del Teatro Stabile stride al cospetto di una stragrande maggioranza di teleutenti davanti al grande fratello. Un mostruoso sforzo economico dell'intera comunità si incanala nella piccola fessura dello spettacolo teatrale di/per pochi. Mentre il mondo, fuori, si imbalsama sopito. Conclusione: mettiamo Muti in prima serata in tv, e che i teatri si paghino gli spettacoli secondo le regole di mercato.
A parte i detrattori, convinti di una superiorità della cultura per pochi pagata con i soldi di tutti, buona parte dei mandarini è concorde sulla faccenda: non è possibile che l'operaio in cassa integrazione di Padova debba pagare le serate galanti e raffinate di una borghesia pseudocolta intenta, per lo più, a coltivare passioni minoritarie (l'ennesima messa in scena di De Filippo) condendo il tutto di clientelismi, beghe e favori della solita italietta.
In effetti, a voler leggere gli articoli per bene, basta cambiare i soggetti per ritrovarsi identico il mondo dell'arte: ingenti risorse pubbliche per un ristrettissimo (direi esiguo) pubblico non pagante, professionalmente concentrato a un esercizio culturale ininfluente e per lo più autorefenziale.
C'è da dire, con molta onestà, che nel mondo dell'arte e qualche volta persino del design accadono storture che sono nelle altre arti impensabili. Ne metto in fila giusto tre.
La prima. Le ingenti risorse pubbliche del sistema museale italiano segue delle logiche imperscrutabili, se non a volte persino spiritose. Tanto per fare alcuni esempi: la Triennale che subaffitta come una fiera gli spazi ad aziende private, il Madre di Napoli in partnership con una galleria privata (di Londra!), la fondazione Re Baudengo (addirittura intitolata e gestita, come un papa, da un privato cittadino con carica a vita).
La seconda, ancor più grave, è che queste istituzioni insieme alla follia di alcuni collezionisti miliardari sono l'interlocutore unico degli artisti il cui successo è direttamente proporzionale all'attenzione che questi luoghi gli accreditano: si diventa famosi nel momento in cui si finisce sui muri di Rivoli, o a palazzo Grassi, per gentile concessione del direttore di turno. Per capirci, non succede lo stesso nella musica, o nei libri. I Radiohead sono un capisaldo della cultura musicale contemporanea per acclamazione del pubblico, forse della critica, ma non certo per una importanza sancita nella stanza di qualche ufficio pubblico di Bristol.
La terza aggravante, cronica e forse ancor più preoccupante, è che il mondo dell'arte contemporanea ha nel suo aggettivo "contemporaneo" la ricerca di un dialogo con la contemporaneità, con le sue logiche, con il suo sistema, con il suo pubblico. Non ci stiamo economicamente sforzando per la difesa di esperienze culturali antiche, irrinunciabili (una mostra sul Albers, o su Hoffmann, è per sua natura uno sforzo economico pubblico di salvaguardia di un passato) ma sulla mostra di Frosi, di Perrone, di Tuttofuoco. Mentre le mostre su Monet, paradossalmente, fanno il pienone. Non per fare di nuovo il paragone con la musica, ma è come se i concerti di Satie fossero gremiti, mentre la regione si affanna a trovare risorse per far cantare Jovanotti. Sarebbe impensabile, eppure accade, senza tanto clamore.
Sono solo tre riflessioni di malformazioni di un sistema malato, alle quali potrebbero in effetti seguirne molte altre. Non è nemmeno molto chiaro quale possa essere la soluzione. Certo è che una riflessione profonda andrebbe prima di tutto fatta dagli autori ai quali dovrebbe sembrare quantomeno sminuente l'idea di essere economicamente sostentati come dei Panda allo Zoo, incapaci di produrre una cultura sufficientemente rilevante, influente, significativa, da poter stare in piedi da sola, con l'ossigeno di un proprio pubblico. Chiedersi, per una volta, se non sia meglio vendere un'opera ai propri coetanei, finire sulle pagine di blog e quotidiani, esporre a un festival, ed entrare quindi nel circuito culturale vero e vivo del paese, anziché essere tenuti in formalina, sottovuoto, nelle soffitte condizionate della fondazione di turno.
Chiedersi, soprattutto, se è ancora vero che in quelle stanze dimorino le esperienze di punta alle quali seguono i cambiamenti del pensiero, o se invece la vitalità culturale della società, le sue massime espressioni, e i suoi mutamenti, avvengono da tutt'altra parte.
Chiederselo soprattutto perché, in questi tempi di vacche magre, i Panda sono i primi a soccombere.