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Giacomo Balla

Noi siamo il futuro del futurismo, e quindi ci tocca andare a vedere Balla, al palazzo reale di Milano, come ci immaginava.
C'è una prima sala del Balla prefuturista che finisce lasciandoti in testa l'idea che Balla è comunque Balla, anche se non faceva il futurista. Che si può essere tanto, ma tanto, a prescindere.
E poi c'è Balla quello del 13, 1913, quello cha un certo punto mentre fuori impazzavano le bombe della prima guerra mondiale della storia, lui scriveva agli amici dicendo della velocità, tracciando sulla tela il futuro dell'arte. "Voglio raffigurare il concetto della velocità prima di tornare alla realtà", e voleva farlo spazzando sul pelo dell'acqua un paio di millenni di arte figurativa non per entrare, come è ovvio, nel cielo dell'astrattismo ma, forse si può dire, per tracciare il sentiero dell'arte concettuale. Prima di Duchamp. Ipotizzare che su quella tela potesse delinearsi l'idea, e non la realtà, e nemmeno l'emozione, ma il concetto, è un pelo prima di mettere un pisciatoio in un museo. Cercare nella forma della pittura la volontà di raffigurazione di un'idea, un po' prima della dissacrazione del ready made.
Fuori ancora non avevano messo in piedi il comunismo reale, e la cravatta era ancora un ipotesi, mentre lui capiva che quei vortici colorati sulla tela erano il brillio del pensiero.

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