Enzo Mari from 2000
Enzo Mari è un uomo del novecento. Lo è, ostinatamente, al pari del tubo catodico e del femminismo. La cosa forse addirittura commovente è che lo è in un modo dannatamente dignitoso. Persino fiero. E’ una cosa che salta agli occhi con evidenza nel suo manifesto “cercasi imprenditore”, come se oggi, fra strane holding e società miste, esistessero ancora gli imprenditori, quelli che ci vai a parlare di persona.Lo è ancor di più nell'essere un progettista borghese (nell'accezione bella del termine) per un pubblico borghese, se solo esistesse qualcosa, oggi, vagamente simile alla borghesia novecentesca.
Lo è poi in modo quasi puerile, e per questo bello, quando segna l’intero spazio della mostra con una composizione in marmo della più grande icona del vecchio secolo: la falce e il martello.
E lo è, sopra ogni cosa, prima di tutto e sopra di tutto, per l’ostinazione di cercare un senso alle cose. Di cercarlo, e di darglielo. Di pensarlo e addirittura di credere di trovarlo. Questo,per uno che ha meno di 30 anni, è una convinzione che desta quasi sorriso. L’idea che le cose abbiano un significato, a prescindere dalla loro espressione. Che il mondo abbia un ordine da recuperare, un significato da capire, anziché (come appare oggi) un ginepraio di eventualità relative al quale non è affidabile nessun compito, nessun pensiero, nessuna identità. L’idea, ancora più meravigliosamente utopica, che l’oggetto possa avere un senso compiuto, addirittura una funzione, che detti una sua forma.
Come se, perdonatemi il termine, esistesse una verità.
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Commenti
ciao Roberto, per quanto mi senta scemo a fare dei complimenti smodati (...tipo complimenti per le trasmissione...) non posso fare a meno di dirti quanto mi sia piaciuto questo editoriale, è come se leggendolo mi si svelasse qualcosa che sapevo ma che non avevo mai saputo realizzare. Bravo!